EL SUENO DE LA RAZON PRODUCE MONSTRUOS

Italy-France 2013

Video HD 1280x720; Sound stereo 44.1 kHz; 1 min (loop)

Video: Giulio Boato; Sound: Lorenzo Danesin; Performer: Juliette Fabre

Festivals: Videoholica VI (Varna, Bulgaria), Cologne OFF IX (Cologne, Germany)

« Il sonno della ragione genera mostri », scrisse Francisco Goya nel 1797, monito emblematico a  titolo della sua più nota acquaforte. I mostri del pittore spagnolo si concretizzano in animali notturni, retaggio di un atavico immaginario fantastico. Nel 2013, dopo il doloroso passaggio del Secolo Breve, quando ormai « nessuna poesia è più possibile » (Adorno, 1966), i mostri si manifestano sotto nuove forme: mostruose sono le atrocità inflitte all’uomo dall’uomo; mostruoso è uno stato che abbatte il suo popolo; mostro è chi finge di non vedere l’orrore che lo circonda.


L’oblio della ragione da parte di un governo appoggiato dal suo braccio armato genera un turbine di follia mostruosa, avvallata dall’indolenza dell’opinione pubblica internazionale. In un mondo in cui i media tradizionali subiscono la morsa della censura, il web diventa l’unico territorio franco per la diffusione delle informazioni, sola finestra rimasta aperta sull’oggi. Compito dell’artista è porre il reale sotto un inedito riflettore, mettere in luce inattesi nuclei di senso per resistere al velo dell’oblio. Il mezzo audiovisivo, vero parto postmoderno, permette di concentrare in pochi secondi complesse dinamiche contemporanee, colmando in parte il vuoto lasciato dalla fu poesia novecentesca.


Dolcemente come in sogno, un ventre femminile dormiente lascia il campo ad uno schermo digitale: la pagina internet inquadrata riporta un filmato dei moti scoppiati il 28 maggio 2013 in piazza Taksim, a Istanbul. Dopo pochi terribili istanti, la messa a fuoco sul mondo esterno cede nuovamente il passo al placido sonno della pancia. Al ritmo lento e sinusoidale del respiro, l’interno e l’esterno (la pancia e la piazza, il sonno e la veglia) si alternano reciprocamente, in un eterno circuito chiuso d’indifferenza. L’impietoso Caronte che ci traghetta tra le due sponde di questo Inferno è l’impianto audio: l’impalcatura sonora veicola il passaggio dal dentro al fuori, dall’intimità di un respiro all’urlo di una città.


EN


Softly as in a dream, a sleeping female belly gives way to a digital screen: the framed internet page shows a video of the uprisings that broke out May 28, 2013, in Taksim Square in Istanbul. After a few terrifying moments, the focus on the outside world again gives way to the peaceful sleep of the womb. At the slow and sinusoidal rhythm of the breath, the inside and the outside (the belly and the square, the sleep and the vigil) alternate with each other in an eternal closed circuit of indifference. The audio system is the merciless Charon who ferries us between the two sides of this Hell: the sound architecture conveys the transition from the inside to the outside, from the intimacy of a breath to the scream of a city.

BODY TOPOGRAPHY

Italy 2013

Video HD 1280x720; Sound stereo 44.1 kHz; 1 min (loop)

Video: Giulio Boato; Sound: Lorenzo Danesin; Performer: Gemma Perale

La topo-grafia è, letteralmente, l’arte di disegnare i luoghi. È una convenzione che permette di rappresentare su un piano le forme del territorio, siano esse naturali o artificiali. Esteticamente, le carte geografiche sono opere d’arte astratta, specchi immaginati di uno spazio reale. La topografia è una forma di narrazione: il tentativo grafico di raccontare il mondo, di descriverne le regole, di svelarne i segreti.


La pelle umana è una carta d’identità. È la membrana viva che ci connette con il mondo, la nostra sola sottile separazione tra l’interno e l’esterno. Il passaggio degli anni resta imbrigliato nelle nostre rughe – le ragnatele che il tempo ci graffia addosso. Giorno dopo giorno, il solco delle vene si fa più profondo, le ossa sorgono in superficie, i tremolii delle cartilagini fanno fremere il respiro. I nostri ritmi interni premono contro la pelle, spingendo dolcemente il nostro interno all’esterno. La pelle è tutto un linguaggio: è il taccuino delle nostre vite.


“La vita è un viaggio”, si dice spesso. Dal primo vagito all’ultimo battito del cuore, gli esseri umani scavano le loro strade sulla superficie terrestre. Dal canto suo, il tempo scolpisce lentamente il suo passaggio sulla pelle, come un ghiacciaio gratta la sua montagna. Il dialogo incessante tra l’uomo, il tempo e la terra lascia tracce indelebili sul nostro corpo, che portiamo con noi sino alla fine dei nostri giorni.

Body topography è un omaggio al terreno più complesso che esista sulla terra: il nostro corpo. Il corpo è un’opera d’arte in continuo mutamento: una performance involontaria, di cui l’essere umano non è che la materia prima. Il corpo è una cartina geografica: tutto ciò che è stato vi è scritto, ogni cellula racconta una storia a chi la sa ascoltare. Il corpo è un cantore: effimero come un sospiro, splendido come una notte d’Africa.


EN


“Life is a trip”, we usually say. From the first cry to the last heart’s bit, humans grave their way on the Earth’s surface. For its part, the time slowly carves its passage on the skin, like a glacier scratches his mountain. The on-going dialogue between man, time and land leaves indelible marks on our bodies, marks we carry with us until the end of our days.

Body topography is a tribute to the most complex land that exists on Earth: our body. The body is a work of art in flux: an accidental performance, of which the human being is nothing but the raw material. The body is a map: everything that has been is written in it, each cell tells a story to those who know how to listen. The body is a cantor: ephemeral like a sigh, charming like an African night.

# 1

# 2

# 3

L’AMAVO TROPPO

Italy-France 2013

Video HD 1280x720; Sound stereo 44.1 kHz; 1 min (loop)

Video: Giulio Boato; Sound: Lorenzo Danesin; Performer: Juliette Fabre

Negli ultimi anni è diminuito in Italia il numero di omicidi, ma è aumentato in percentuale il numero dei femminicidi. La violenza sulle donne, pratica che nel mondo occidentale vorremmo ritenere superata, è una costante ancora nel 2013. I mezzi di comunicazione di massa sbandierano gli eventi luttuosi condannando semplicisticamente quelli che vengono definiti «gesti di follia», con un’espressione che occulta comportamenti correnti dell’umano, che meriterebbero un’analisi ben più approfondita.


La differenza che poniamo tra un soggetto e un oggetto è legata al modo di rappresentarlo. La staticità prolungata di un corpo lo trasforma rapidamente in un oggetto di cui si crede di poter disporre. Concentrare in un’unica inquadratura tutti gli elementi della drammaturgia visiva permette di stimolare l’attenzione e generare sorpresa, rovesciando sotto gli occhi di chi assiste, testimone involontario di un delitto, il senso del proprio guardare.


L’amavo troppo è un’immagine densa: nello spazio di un minuto, si manifestano diversi dettagli di un corpo femminile, rivelati in sequenza da una lenta variazione focale. Quello che sembra un corpo vivo e palpitante si rivela essere un’immobile metafora della morte. L’amavo troppo è un viaggio sonoro: tramite un sottile montaggio di gradazioni di respiro, il tempo dell’amore si trasforma nella propria antitesi. Quasi impercettibilmente, aliti d’eccitazione lasciano il passo a singhiozzi di dolore. «L’amavo troppo», troviamo spesso tra i titoli dei giornali: sono le parole di giustificazione di molti omicidi passionali. In che momento le parole si sostituiscono alla realtà, rovesciando il significato delle azioni?


EN


L’amavo troppo (I loved her too much) is a dense image: in the space of a minute, several details of a female body are revealed in sequence by a slow focus-shift. What looks like a living, breathing body turns out to be a property metaphor for death. I loved her too much is a sound journey: through a subtle sound editing of gradations of breath, the time of love turns into its antithesis. Almost imperceptibly, breaths of excitement give way to sobs of pain. « I loved her too much », we often find among the headlines: these are the words of justification for many murders. When do the words replace reality, reversing the meaning of our actions?

# 4

MARE NOSTRUM

Italy 2013

Video HD 1280x720; Sound stereo 48 kHz; 1 min (loop)

Video: Giulio Boato; Sound: Lorenzo Danesin; Performer: Juliette Fabre

L’apollinea silhouette del Tadzio di Mann si staglia sulla spiaggia del Lido di Visconti, quasi svanendo tra le sinfonie di Mahler (Morte a Venezia, 1971). Indica l’orizzonte, l’impossibile, l’irraggiungibile. Quel corpo sottile, assolutizzato dal controluce, è un simbolo: un gesto semplice ed enigmatico diventa metafora di un desiderio irrealizzabile, di una tensione verso l’inarrivabile. Volontà di potenza, di vita, o soltanto di quiete.


Le spiagge italiane hanno due volti: la quotidianità della vita balneare, affollata di corpi in vacanza, è punteggiata dalle improvvise irruzioni di corpi estranei – corpi-relitti – deposti dalle onde sulla stessa sabbia che occupano i bagnanti. Le coste meridionali della nostra penisola diventano oggi il traguardo irraggiungibile di migliaia di vite umane in cerca di salvezza, costrette ad affrontare un folle viaggio verso un miraggio di libertà.


Tra onde leggere di arpeggi ed armonici, un’inquadratura immobile porta a fuoco la figura di una bagnante, immersa nella luce dorata del Mediterraneo. La donna nell’acqua assume una posa precisa: mima un’immagine già vista, già scavata nelle nostre memorie cinematografiche. Una lenta variazione focale risale verso l’occhio di chi osserva, seguendo a ritroso la lunga spiaggia di sabbia, sino ad adagiarsi sul primo piano della pagina di un quotidiano: «Spinti in mare a frustate: muoiono 13 migranti», cita il titolo. Di fronte alla freddezza dell’evidenza, la melodia sprofonda in un gorgoglio soffocato, esalando gli ultimi rintocchi di una campana a morto.


EN


Among the soft waves of chords and harmonics, a still picture focuses on the figure of a bather, immerged in the Mediterranean golden light. The woman in water takes a precise pose: she mimes an already sawn image, already carved in our cinematographic memories. A slow shift of focus climbs to the eyes of the watcher, following à rebours the long sandy beach, finally lying on the first page of a newspaper: «Whipped to the sea: 13 migrants dead». In front of the cold evidence, melody sinks into a choked gurgle, crying the last strokes of a death knell.

ONE MINUTE LOOPS

Video installation

One minute loops is a series of four videos lasting one minute each, realized to be played in loop. The visual component is curated by Giulio Boato, the acoustic sphere by Lorenzo Danesin.


The installation involves the use of four screens, each with an acoustic headphone. Ad libitum and at the same time, each screen plays in loop a single video with audio output on headphones.


Through a stereo system properly installed, an audio file is spread wide in the environment - which is also reproduced in loop – composed by the four-minute linear succession of the single videos.


The videos are mainly composed of static sequence plan changing focus. We define the results “a dense image”: a single shot contains multiple levels of meaning, which alternate in time sequence due to changes in focal length.


The frame becomes a synecdote of a digital point of view on reality. Point of view that is - if it can change the focus on the world - is able to perceive the different layers of meaning contained in the same situation, often inherently contradictory.


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One minute loops è una serie di quattro video della durata di un minuto ciascuno, realizzati per essere visionati in ripetizione ciclica. La componente visuale è curata da Giulio Boato, la sfera acustica da Lorenzo Danesin.


L’installazione comporta l’utilizzo di quattro schermi dotati ciascuno di cuffie acustiche. Contemporaneamente e ad libitum, ognuno degli schermi riproduce in modalità “ripeti” un singolo video, con relativa uscita audio in cuffia.


Tramite un sistema stereo adeguatamente installato, è diffuso nell’ambiente un file audio – anch’esso riprodotto in modalità “ripeti” – della durata di quattro minuti composto dalla successione lineare delle colonne sonore dei singoli video.


I video sono composti principalmente da pianisequenza statici che fanno della variazione della messa a fuoco (o della tecnica dell’incrostazione) una nuova declinazione delle funzioni del montaggio. Definiamo i risultati ottenuti «immagini dense»: un’unica inquadratura costringe al suo interno più livelli di significato, i quali si alternano in successione temporale grazie alle variazioni di focale.


Il frame, la cornice che definisce l’inquadratura, diventa sineddoche digitale di un punto di vista sul reale. Punto di vista che, se riesce a variare la propria messa a fuoco sul mondo (l’attenzione), riesce a percepire i diversi strati di senso racchiusi nella medesima situazione, spesso intrinsecamente contraddittoria.

ONE MINUTE LOOPS